Marghera perde i suoi parchi urbani. Ma non certo i suoi rifiuti tossici!

 

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Rendering dei parchi lineari previsti nell’Accordo “Moranzani”, che non verranno realizzati

Come si leggeva su questo articolo del 2010:

L’accordo di programma Moranzani del 2008, prevede lo stoccaggio definitivo – previo trattamento di oltre 2 milioni di metri cubi di fanghi «oltre C» scavati dai canali industriali – nell’area Moranzani, a ridosso dell’abitato di Malcontenta. Tra le opere di «compensazione» alla popolazione e al territorio che ospiterà i fanghi, è previsto l’interramento di quattro elettrodotti da 220/380 Kw di Terna e l’elettrodotto da 132 Kw di Enel-Trasmissione, oltre allo spostamento del deposito di carburanti ed oli combustibili della San Marco Petroli. Il tutto per far posto al parco urbano di 200 ettari e alla cintura verde con piste ciclabili tra punta Fusina e Villabona. In attesa dell’interramento degli elettrodotti e di poter utilizzare l’area Moranzani, è stato allestito nell’area dei «23 ettari», un sito di stoccaggio provvisorio di 200.000 metri cubi.

L’Accordo di Programma era stato celebrato alla presenza delle Istituzioni competenti coinvolgendo i cittadini – secondo un percorso partecipato a modello Agenda 21 –  nella sottoscrizione di un impegno comune. A fronte dell’accettazione da parte dei cittadini di un sito di stoccaggio nell’area per i rifiuti tossici inertizzati, i rappresentanti dei diversi livelli territoriali si erano impegnati per l’attuazione di una serie di interventi di miglioramento dell’area – parchi, viabilità, interramento di elettrodotti, spostamento di attività inquinanti.

I 200 ettari di parchi urbani dell’accordo Moranzani sottoscritti con i cittadini sono però divenuti un miraggio. Venti milioni di euro dell’accordo sono appena stati stornati per opere portuali, mentre oltre cinquanta milioni dalla legge speciale per Venezia sono utilizzati per compensare la mancata piena attivazione del project financing di SIFA. Chi è SIFA? Che cosa prevedeva il project financing? Quali sono i soci?

Il project financing SIFA/PIF

Il complesso processo di bonifica delle aree inquinate di Porto Marghera prevede tra le altre azioni il trattamento dei fanghi inquinati (classe “oltre C”) risultanti dallo scavo dei canali industriali. Il contratto con SIFA (Società Integrata Fusina Ambiente) per è un caso esemplare dei tanti (e celebrati) accordi della cosiddetta “finanza di progetto”. Cosiddetta poiché, nonostante la terminologia faccia intendere diversamente, in questi accordi, il rischio d’impresa rimane a totale carico del concessionario pubblico – in questo caso della Regione Veneto. Come è successo con SIFA, società al 47% di Mantovani, garantita  da un contratto-capestro che prevedeva 25 anni di concessione dove gli oneri per volumi inferiori a quanto previsto dal piano economico sono per il 95% (!!!) a carico del concessionario pubblico. Ecco quindi la ricerca di un accordo, e la transazione di ben 56 milioni di euro di fondi pubblici, ricordiamo, a vantaggio di un’impresa privata.

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Foto scattata nel corso dell’ispezione dei Grillivenezia (2016) per verificare lo stato della palancolatura dei siti inquinati di Marghera.

Come mai i volumi di fanghi in ingresso sono inferiori alle aspettative? In parte per il (prevedibile) calo dovuto alla progressiva riduzione delle attività industriali. Ma non è l’unica motivazione. E’ opportuno registrare stato il gravissimo ritardo nella messa in sicurezza delle aree inquinate di Porto Marghera, con relativo marginamento – ricordiamo: incompleto, soprattutto mancante nelle zone più “difficili”, dove sono presenti tubazioni o dove sono necessari interventi complessi. Con il risultato che, dopo aver speso quasi 800 milioni per un marginamento incompleto (con molti punti critici evidenziati nel Dossier Bonifiche Marghera pubblicato da Grillivenezia), ne sono necessari quasi altri 300 per il suo completamento, mentre nel frattempo l’area non conterminata scarica e dilava continuamente gli inquinanti in laguna. Non solo. Sarà solo con il successivo retromarginamento che il sistema sarà in grado di raccogliere gli scarichi ed indirizzarli al PIF (progetto integrato fusina) e quindi “nutrire” Sifa con i volumi programmati.

E veniamo al PIF, per il quale sono previsti nel Patto per Venezia  13 milioni di euro. Non vi sono però garanzie sufficienti (o perizie) per ritenere che tale importo sia sufficiente. In tal caso, sarà Sifa a dover trovare altre risorse. Che si aggiunge alla già difficile situazione finanziaria (debiti) e corrente (meno entrate del previsto). In questo caso il rischio è che Veritas, socia in Sifa, debba farsi carico di ulteriori costi per PIF e mancate entrate. Magari scaricando poi i costi in bolletta ai cittadini.

Insomma, tra contratto capestro di SIFA (con potenziali esposizioni per oltre 300 milioni di euro e relativa sanatoria per oltre 50), PIF in chiaroscuro (potenziali ulteriori costi non indicati), messa in sicurezza inefficace (costata finora quasi 800 milioni di euro), fondi da aggiungere per il completamento (dichiarati ma non allocati nel Patto per Venezia per 250 milioni di euro, comunque in misura probabilmente insufficiente), dobbiamo registrare un bilancio fortemente negativo: problemi finanziari, trasferimenti di fondi pubblici a soggetti privati, progetti inattuati, importi enormi spesi per opere che in quanto incomplete non sono ancora funzionali.

Di chi è la responsabilità? Certo non solamente di Galan e di Chisso. Ma anche di chi condivideva le responsabilità politiche in quel periodo e di chi, dopo la loro rimozione, non ha saputo anticipare e prevenire i problemi. A partire dall’attuale Presidente della giunta regionale (allora vicepresidente) e dagli assessori che si sono da allora susseguiti.

L’Accordo Moranzani e i parchi urbani scomparsi

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Mappa dei parchi urbani previsti dall’Accordo di Programma “Moranzani” (immagine da “La Nuova Venezia”, cfr. link nel testo)

L’”Accordo di Programma Moranzani”, faticosamente costruito e concordato tra enti locali e cittadini sulla base di un modello partecipato strutturato in chiave Agenda 21 e quindi sottoscritto nel 2008, aveva la sua ragion d’essere nell’esigenza di trovare una collocazione ai fanghi inquinati (circa due milioni di metri cubi di classe “oltre C”) scavati nei canali industriali. Assolvendo a questo compito tramite inertizzazione e stoccaggio in una discarica, venivano quindi previste diverse compensazioni per l’area locale di Marghera, Malcontenta e Fusina, consistenti, come abbiamo richiamato all’inizio di questo post, in:

  • 200 ettari di parchi urbani,
  • diverse opere di viabilità, compreso il collegamento ciclabile tra Mestre/Marghera e la riviera del Brenta,
  • lo spostamento di alcuni depositi petroliferi troppo vicini ai centri abitati (San Marco Petroli),
  • l’interramento degli elettrodotti di Terna.

Le progettualità, con allegato un piano di investimenti di ben 800 milioni di euro ed un equilibrio finanziario garantito dagli introiti per i processamento dei fanghi, avevano anche accolto le indicazioni della cittadinanza che si era quindi espressa tramite un referendum per la convalida finale.

Leggiamo ora tuttavia, sulla stampa locale (articolo “Cancellati 200 ettari di parchi urbani”, di G. Favarato, su “La Nuova Venezia”, 5/1/2017, pag.27) di come, senza alcun preavviso e senza consultare tutte le parti interessate coinvolte, tale accordo sia stato “congelato” (almeno!) fino al 2041.

Ora, dopo ben otto anni passati senza che l’accordo fosse mai entrato in fase esecutiva, la Regione interviene con una serie di storni finanziari e di “atti aggiuntivi” all’accordo che di fatto lo bloccano, rimandando di quindici anni la sua (potenziale) attuazione. Nel frattempo, assistiamo allo spostamento di ben 56 milioni di euro dalla legge speciale di Venezia a vantaggio di una società mista pubblico/privata (Sifa: i soci sono Mantovani, Veritas, Veneto Acque), come leggiamo in questo articolo (“Bonifiche e Moranzani al palo per coprire il ‘buco’ della Sifa”, di G. Favarato, su “La Nuova Venezia” del 20/12/2016, pag. 28) ed allo storno di ingenti risorse (venti milioni di euro) verso attività che non hanno a che fare con gli obiettivi iniziali del piano (le banchine del nuovo terminal per container).

Il tutto, di fatto, rende potenzialmente inutili gli ingenti investimenti (sono stati spesi attualmente oltre 750 milioni) per la “messa in sicurezza” delle aree inquinate di Porto Marghera che dovrebbe impedire che la laguna continui a ricevere il dilavamento dei rifiuti tossici contenuti. Non essendo rimossi, i sedimenti inquinati presenti nei canali inquinati continueranno infatti ad essere erosi e poi dispersi in tutta la laguna di Venezia. I due interventi – 1) messa in sicurezza dei suoli inquinati tramite palancolatura e 2) asportazione dei fanghi inquinati dai canali – sono infatti complementari. Uno non ha senso senza l’altro.

Quali conclusioni trarre da tutto ciò?

E’ di tutta evidenza che la Giunta Regionale:

  1. non è stata in grado di far convergere le progettualità necessarie per il risanamento di Porto Marghera;
  2. di conseguenza ha perso di vista gli obiettivi in chiave di rinascita e di riconversione industriale dell’area, con aspetti che vanno oltre i confini comunali per allargarsi a prospettive metropolitane e, per alcuni aspetti, regionali;
  3. ha preferito perseguire obiettivi a breve termine legati alla portualità e di infrastrutturazione logistica;
  4. ha subito i project financing “garantiti al 95%” maldestramente stipulati alcuni anni fa da una giunta non così dissimile da quella attuale in termini di maggioranza e stipulati con società che fanno capo comunque in parte alla Mantovani scaricando sui cittadini i costi di risoluzione dei contratti-capestro per decine e decine di milioni di euro;
  5. non ha mantenuto nessuno degli impegni presi con la cittadinanza nell’ambito dell’Accordo di Programma del 2008 e del connesso percorso di Agenda 21.

Inquinamento in pianura padana: come intervenire?

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Ecco una condivisibilissima iniziativa appena presentata in sede nazionale per affrontare l’inquinamento locale delle nostre regioni. Sarebbe auspicabile che anche altre forze politiche potessero convergere su questa proposta, visto che l’aria non ha colore politico e la respiriamo tutti, indistintamente.

E’ appena stata presentata una risoluzione M5S per intervenire rapidamente ed in modo sistematico sull’inquinamento nella pianura padana. Da rimarcare la corretta richiesta di istituire un coordinamento tra le grandi regioni dell’area per intervenire con serietà ed in modo organico sul problema che ormai è divenuto a carattere emergenziale.

“E’ necessaria l’istituzione di un tavolo tecnico per la redazione di un piano d’area tra le quattro Regioni della pianura Padana, con il coinvolgimento delle città metropolitane e dei comuni capoluogo di Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto per per individuare interventi strutturali idonei a fronteggiate la grave situazione di inquinamento atmosferico nell’area della Pianura padana […] Oltre a questo intervento il Movimento 5 Stelle chiede la pubblicazione a norma di legge dei dati d’inquinamento aggiornati nelle varie città e aree, dei dati di emissione aggiornati di tutti gli impianti presenti (industriali-energetici-rifiuti), nuovi studi sanitari ed epidemiologici con il coinvolgimento dell’Istituto Superiore della Sanità.”

Riportiamo alcuni degli elementi principali riportati a supporto della risoluzione:

  1. Superamento dei limiti di legge “Durante i mesi autunnali ed invernali gran parte dei cittadini di Lombardia, Piemonte, Emilia-Romagna, Veneto è sottoposto ad alti livelli di inquinamento dell’aria oltre i limiti imposti dalle normative comunitarie (direttiva n. 2008/50/CE).
  2. Riduzione dell’aspettativa di vita “Secondo diversi studi, la concentrazione di polveri ultrasottili Pm 2.5 nella Pianura Padana, già da studi presentati nel 2006, riduce l’aspettativa di vita di 3 anni ed è una delle aree più inquinate del Mondo.
  3. Morti premature “L’European Environment Agency nell’«Air Quality in Europe 2016 report» desume nella Tabella 10.1 una mortalità prematura di 91.050 persone in Italia nel 2013 direttamente collegate ai valori di inquinamento atmosferico per i parametri PM2,5 (66.630 morti premature), Ozono (3.380) e ossidi di azoto (21.040).
  4. Anni di vita “Nel medesimo rapporto si evidenzia (tabella 10.2) che l’Italia, con riferimento agli anni di vita persi x 100.000 abitanti per ogni sostanza inquinante è: all’undicesimo posto su 41 Paesi per le PM2,5, con 1.165 anni di vita persi x 100.000 abitanti; di gran lunga al primo posto su 41 Paesi con 368 anni di vita persi x 100.000 abitanti per gli ossidi di azoto, distanziando di 1/3 di ore in più il secondo Paese; al quarto posto su 41 Paesi con 61 anni di vita persi x 100.000 abitanti per l’ozono. Le quattro regioni della Valle del Po sono in testa in questa triste classifica.
  5. Costi sanitari “Anche lo studio «Economic cost of the health impact of air pollution in Europe» (WHO, 2015) ha evidenziato che, nel 2010, i costi sanitari associati all’inquinamento dell’aria per l’Italia sarebbero di 97 miliardi di dollari annui, tenendo conto della sola esposizione al particolato e di 133,4 miliardi di dollari tenendo conto della VSL (value of statistical life) nel calcolo. Praticamente, i costi associati al particolato sarebbero pari al 4,7 per cento, del Pil. Tra l’altro, la stima delle morti premature per l’Italia calcolata dall’Organizzazione mondiale della sanità era più bassa (32.447 morti premature nel 2010 per il particolato) delle stime per il 2014 dell’European environment agency; pertanto, se si tenesse conto di quest’ultima stima, i costi sanitari sarebbero molto più elevati.

Il testo originale è disponibile qui.

Sostegno all’innovazione ed alla ricerca in Veneto: criticità quantitative e qualitative

Il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) è uno strumento europeo di investimento che mette a disposizione significative risorse economiche per le regioni europee su alcune aree chiave: innovazione e ricerca, agenda digitale, PMI, economie “verdi”. Uno degli importanti compiti cui è chiamata l’Amministrazione Regionale è proprio la strutturazione ed attuazione del Piano Operativo Regionale (POR) nel settennato 2014-2020, nell’ambito del quale i fondi europei, nazionali e regionali, che assommano a circa 600 milioni di euro vengono finalizzati ad un piano di crescita sociale ed economica.

Stante l’importanza dello strumento POR-FESR e stante la rilevanza di una sua efficace applicazione per la costruzione organica di un futuro prospero per imprese e cittadini, ci saremmo aspettati le migliori prestazioni nei processi di gestione di bandi, selezioni, assegnazioni ed erogazioni dei fondi relativi. E, stante il range temporale (2014-2020), visto che siamo nel 2017, ci saremmo attesi già ora un discreto insieme di progettualità e risultati intermedi a vantaggio delle nostre pmi e dell’evoluzione socio-economica della nostra regione, a sostegno delle imprese venete, potenziali “motori di innovazione” veneti ed europei.

La realtà è – spiace rilevarlo – ben diversa. Dobbiamo registrare una serie di significative criticità sia sul piano quantitativo che sul piano qualitativo.  Le elenchiamo:

1) alla data del 21 dicembre 2016 [1], su un complessivo di 600 milioni di euro da allocare nel periodo 2014-2020, erano stati pubblicati solo bandi per 62 milioni (appena il 10%!!!) tramite 12 bandi. Ricordiamo che prima bisogna che ci siano i bandi, poi le assegnazioni, poi i progetti, quindi arrivano le erogazioni: un percorso lungo, ma al 90% non ancora partito!!!

2) da quanto risulta dalla stampa locale [2] sono a tutt’oggi non risolte alcune obiezioni “strutturali” sul POR che la Commissione Europea avrebbe contestato agli Uffici Regionali e che stanno di fatto impedendo l’assegnazione tempestiva (e progressiva) dei fondi alle nostre imprese. Con l’ulteriore rischio di vedersi sottratti i fondi (si parla di 114 milioni). Quando invece – ricordiamolo! – i concorrenti delle regioni confinanti non italiane in diversi casi sono state accompagnate alle progettualità FESR sin dal 2014!!!

3) non bastassero questi problemi, le nostre imprese, invece di essere ben indirizzate con dei chiari criteri di selezione per le assegnazioni, sono state in alcuni casi obbligate a concorrere ai fondi con il metodo del “click-day” – non certamente la migliore modalità di selezione [3] ! La combinazione della erogazione tardiva e inferiore alle attese dei fondi e del click-day ha fatto sì infatti che in pochi minuti i fondi fossero completamente esauriti. Se l’Amministrazione non è in grado di identificare dei criteri congrui per l’assegnazione dei fondi, suggeriamo (provocatoriamente, si intende) che la prossima volta si utilizzino i dadi! Al di là del paradosso, è da sottolineare che sarebbe – comunque – uno strumento più equo.

dadi

Non ci sembrano pienamente plausibili le scuse addotte dalle amministrazioni responsabili (mancanza di risorse, personale a tempo determinato, complessità delle procedure europee). Forse, vista la difficoltà dimostrata nella gestione e stanti invece le opportunità per imprese e cittadini connessi alle progettualità, una riflessione sarebbe opportuna per predisporre meglio un servizio di grande importanza per la Regione Veneto.

[1] Cfr. http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2016/21-dicembre-2016/caccia-fondi-ue-robot–2401145669626.shtml

[2] Cfr. anche, per un dettaglio sul “problema RIS3”: http://corrierealpi.gelocal.it/regione/2016/11/17/news/soldi-a-industria-4-0-il-veneto-in-panne-114-milioni-a-rischio-1.14429338

[3] Per inciso, si tratta del modo peggiore di utilizzare le possibilità straordinarie offerte dalle tecnologie informatiche.