PM10 nel 2019: un primo bilancio (gennaio/febbraio)

Le situazioni di criticità del 2019 per i livelli di polveri sottili sono continue: in diverse occasioni Arpav ha lanciato l’allerta arancio (l’ultima ieri).

Essendo ormai nei primi giorni di marzo 2019 e siamo in grado di effettuare un primo bilancio dei livelli di PM10 registrati dalla rete di centraline istituzionali dell’Agenzia Regionale per la Prevenzione e Protezionale Ambientale del Veneto (ARPAV).

Nel seguito del post analizzeremo con l’aiuto di grafici l’andamento dettagliato per le province di Venezia, Treviso, Padova, Verona e Vicenza. Non appena completeremo le elaborazioni aggiungeremo anche Rovigo e Belluno.

Leggi tutto “PM10 nel 2019: un primo bilancio (gennaio/febbraio)”

Dove sono le strategie per affrontare l’emergenza cronica dell’inquinamento?

Come già in gennaio, anche in febbraio i livelli di inquinamento da polveri sottili hanno raggiunto livelli insostenibili: le concentrazioni registrate in questi giorni sia nella rete Arpav che nella rete indipendente del Forum dell’Aria per le PM10 si misurano ormai nelle diverse centinaia di µg/m3, con valori ben più elevati delle soglie medie suggerite dalle organizzazioni internazionali per garantire la sicurezza dei cittadini (max 50 µg/m3 di media giornaliera).

Medie giornaliere di PM10 rilevati dalle centraline Arpav di Venezia.

Questo mese non c’è la “scusa” dei roghi della befana, ma i livelli sono altissimi comunque (vedi grafico Arpav, picco a Marghera con 150 di media giornaliera il 21/2). Il clima influisce (l’inversione termica), ma la causa sono le tante fonti emissive della nostra area. Non ci abbiamo lavorato abbastanza.

Leggi tutto “Dove sono le strategie per affrontare l’emergenza cronica dell’inquinamento?”

Reti indipendenti di rilevamento dei cittadini per le smart city di nuova edizione

Jpeg

La smart city rappresenta un ideale moderno di città intelligente e interattiva che affianca l’innovazione digitale alla sostenibilità ambientale, con diversi processi di attuazione (e finanziamenti!) avviati in sede europea, nazionale e regionale, tanto che in diverse città venete abbiamo alcune deleghe assessorali con questa denominazione e sono sempre più frequenti nuovi servizi digitali che derivano da tale matrice iniziale.

L’idea originaria prevedeva di governare l’innovazione digitale nelle città con un processo “dall’alto in basso”, dove enti locali, supportati da finanziamenti dedicati, inserivano elementi “digitali” come sensori, rilevatori e misuratori nelle città “analogiche” nell’intento di portare intelligenza e quindi capacità decisionale di reazione (se non di auto-reazione) nelle città in relazione agli stimoli raccolti. Il processo ha avuto però un successo ancora incompleto – pagamenti, parcheggi, noleggi e biglietti dei bus sono ambiti nei quali vi sono state delle evoluzioni significative, ma ad esempio sul tema sensori ambientali si è un po’ rimasti indietro. Nel frattempo i teorici sono arrivati alla smart city versione “3.0” (e oltre, con “Industria 4.0”) e si è capito che il processo deve essere “guidato dai cittadini” per poter avere successo. Ebbene, il processo messo in atto dal Forum dell’Aria è proprio di questo tipo.

Il Forum dell’Aria, un coordinamento di associazioni locali venete che hanno a cuore l’ambiente, ha ad oggi operative nel veneziano ben dieci centraline indipendenti di misurazione “in linea” sia per le PM10 che per le PM2,5, ospitate per conto delle associazioni da privati cittadini ed accessibili via web tramite il sito predisposto dal circuito fiorentino di associazioni Che Aria Tira.

Leggi tutto “Reti indipendenti di rilevamento dei cittadini per le smart city di nuova edizione”

La ILNOR e l’identità del Nordest produttivo

[aggiornamento a marzo 2019 – sono passati due anni: “In quella fabbrica di laminati, che dava lavoro e stipendi a oltre 100 famiglie del territorio, arriva qualche lavoratore in Naspi, assieme ad altri che hanno trovato lavoro da altre parti, più qualcuno sul punto di andare in pensione […] È come se volessero rivederla in azione quella fabbrica abbandonata a se stessa, sentirne il rumore dei macchinari accesi, del via vai degli operai. Solo ricordi. Per uno stabilimento che assomiglia sempre di più, col passare del tempo, a un vecchio reperto di archeologia industriale“, cfr. link]

[aggiornamento al 2 febbraio 2018: ad oggi sono rimasti circa cinquanta lavoratori, con un’età media di 50 anni, la cassa integrazione straordinaria è garantita fino al 2 luglio. La Regione Veneto quale supporto ai processi di ricollocamento ha annunciato lo stanziamento di 20 milioni di euro del Fondo Sociale Europeo (FSE)]

Ricordiamo il paradosso: un’azienda con i bilanci in ordine che produce utili, con impianti da poco rinnovati e tecnologie innovative, con maestranze esperte, una consolidata cultura della qualità dei processi (certificazioni) e dei prodotti (una qualità riconosciuta nel mercato) viene acquisita e, di punto in bianco, le produzioni vengono fermate, alcuni macchinari vengono spostati in altri impianti e viene tolto il lavoro agli addetti attivi a Scorzè.

Leggi tutto “La ILNOR e l’identità del Nordest produttivo”

Il Veneto è in piena emergenza inquinamento da pm10!

1 – Situazione dell’inquinamento da pm10 e pm2,5

E’ da quasi un mese ininterrottamente che nel territorio regionale permangono livelli altissimi di polveri sottili. Si tratta delle famigerate pm10, il particolato di dimensione inferiore a 10 µm (microgrammi), in grado di penetrare nelle vie respiratorie e di pm2,5 di dimensione ancora inferiore ed ancora più pericolose.

Il livello registrato in tutti i capoluoghi di provincia escluso Belluno è costantemente superiore alla soglia di legge di 50 µg/ m3 (microgrammi per metro cubo), “aria scadente” raggiungendo frequentemente il doppio di questo livello, “aria pessima”, ed in alcuni casi il triplo.

Il livello di superamenti ammessi dalla normativa europea sono 35 in un intero anno, mentre in questo caso, al ritmo di quasi 30 al mese, siamo già verso quota 90 in diverse centraline.[1]

 

CSR-1

Figura 1 – La situazione dell’inquinamento da pm10 di lunedì 21 dicembre 2015 (fonte: Arpav)

L’accumulo fortissimo di inquinanti di questo ultimo mese dell’anno nella nostra regione non fa che confermare quanto emerge da rilevamenti periodici effettuati dall’European Environment Agency[2]: il Nord Italia presenta una particolare criticità, non comparabile con quella della maggior parte degli altri Stati europei (cfr. Figura 2).

CSR-2

Figura 2 – Medie annuali di pm10 nei diversi Paesi europei. Si noti la criticità del Nord Italia e del Veneto. Fonte: European Environment Agency

In alcuni territori, la situazione è particolarmente grave: a Marghera, il livello di pm10 è rimasto per dieci giorni di seguito superiore al doppio del livello consentito (cfr.  Figura 3) ed ha raggiunto più volte il triplo.

CSR-3-24.12.2015

Figura 3 – Evoluzione dei livelli di pm10 a Marghera (rielaborazione grafica su dati Arpav estratti il 24/12/2015).

E’ evidente che, raggiunto questo livello, non bastano più gli interventi palliativi. Bisogna rimuovere le emissioni alla fonte, da parte dei soggetti che immettono più inquinanti in atmosfera nell’area. Approfondiamo nella terza parte quali sono questi soggetti responsabili delle emissioni. Ma vediamo ora le conseguenze.

 

2 – Impatto sulla salute

E’ ormai dimostrato l’impatto sanitario connesso alla presenza di inquinanti: per ogni 10 µm/m3 di pm10 in più nell’aria che si respira, l’aspettativa di vita si riduce di oltre sette mesi (alcuni studi: APHEA 2 Air pollution and Healt. A European Approach; NMMAPS II The National Morbidity, Mortality and Air Pollution Study, USA; MISA Meta-analisi Italiana Studi effetti a breve termine inquinamento Atmosferico).

Uno studio del 2013, svolto su 300.000 persone e pubblicato su Lancet Oncology, mostra che per ogni incremento di 10 µm/m3 di pm10 nell’aria, il rischio relativo di ammalarsi di tumore al polmone aumenta del 22%, mentre cresce del 18% a ogni aumento di 5 µm/m3 di pm2,5. Le pm2,5 sono la frazione più piccola delle pm10, quelle di dimensione inferiore a 2,5 µm, che si stimano comporre circa l’80% delle pm10.

CSR-4

L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha calcolato che ogni anno nel mondo 800.000 morti siano attribuibili all’inquinamento atmosferico. Secondo le ultime linee guida Oms sulla qualità dell’aria, si ritiene che, riducendo il pm10 da 70 a 20 microgrammi per metro cubo, come stabilito nelle nuove linee guida, si potrebbe ridurre la mortalità nelle città inquinate del 15% all’anno.

Un fenomeno ben noto agli epidemiologi dimostra come, ad ogni picco di pm10, si affianchi a distanza di un giorno o due un corrispondente picco dei ricoveri ospedalieri ed altri indicatori di peggioramento della salute (ticket sanitari, consumo farmaci per anziani, asmatici e cardiopatici).

Come indicato nel rapporto “Air Quality in Europe” 2015 [3]: “Air pollution continues to have significant impacts on the health of Europeans, particularly in urban areas.”, ovvero: l’inquinamento causa conseguenze sulla salute dei cittadini [4]. Ma il rapporto precisa anche le conseguenze economiche: “It also has considerable economic impacts, cutting lives short, increasing medical costs and reducing productivity through working days lost across the economy. Europe’s most problematic pollutants in terms of harm to human health are PM, ground-level O3 and NO2.” che , ricordiamo, sono a carico della collettività. Mentre la scelta, ad esempio, di utilizzare carbone invece di gas naturale o altre fonti più pulite per produrre energia elettrica ha alla base delle convenienze economiche (profitti) assolutamente private. Un risparmio privato si traduce in un costo pubblico!

 

3 – Responsabilità delle emissioni

In relazione alle pm10, l’inventario regionale delle emissioni attribuisce in prevalenza alle stufe a legna ed al traffico su strada la produzione del particolato. E’ però opportuno notare come il complesso energetico, industriale e portuale/aeroportuale presente nell’area veneziana rappresenti il primo produttore provinciale di NOx ed SOx, che sono i precursori delle pm10 più inquinanti (non tutte le pm10 sono uguali … dipende dal contenuto !!!), che emette in grande quantità nel nostro territorio. In giornate senza vento come ora, il carico inquinante delle polveri infatti non si disperde, ma “staziona” e diffonde lentamente. La situazione del Comune di Venezia si distingue da quella di altri territori nel Veneto, in quanto la metanizzazione degli impianti di riscaldamento è stata condotta con largo anticipo rispetto ad altri territori.

E’ quindi opportuno considerare nelle responsabilità emissive: centrali elettriche (in particolare la centrale a carbone di Fusina); petrolchimico e raffineria; emissioni navali (commerciali e passeggeri); traffico aereo; traffico pesante (camion & bus) commerciale ed industriale; oltre naturalmente al traffico leggero privato e pubblico di terra e d’acqua ed alla combustione di biomasse riscaldamento privato a legna. In altri territori potranno esservi altri soggetti meritori di attenzione: cementifici, inceneritori, industrie particolarmente impattanti.

In particolare, la centrale a carbone “Palladio” di Fusina (i dati sono stati estratti dall’ultima dichiarazione ambientale del 2015) da sola produce annualmente oltre 50 tonnellate di polveri sottili; più di 2700 tonnellate di ossidi di azoto (NOx); 2000 tonnellate di ossidi di zolfo (SOx); diversi milioni di tonnellate di anidride carbonica (CO2). 50 tonnellate di polveri possono non fare impressione, ma se rapportiamo questo valore ai circa 50 mg emessi ogni km da una vecchia auto a benzina euro 0 (o equivalentemente da un diesel euro 4), si traducono in un miliardo di km equivalenti, come se avessimo un milione di automobili inquinanti con una percorrenza di mille km all’anno nel ciclo urbano !!! Bisogna inoltre considerare che, in ottica COP21 (l’accordo internazionale per la riduzione della CO2 emessa) l’emissione dei diversi milioni di tonnellate di CO2 di questa centrale – una frazione significativa delle emissioni su scala regionale – possono compromettere gli obiettivi annunciati di riduzione.

Un ragionamento analogo, con valori sempre molto elevati, si può fare per le pm10 prodotte dagli impianti industriali del petrolchimico, per le altre centrali elettriche (meno inquinanti perché a gas a ciclo combinato), per le navi del porto commerciale e passeggeri e per il traffico aereo.

  • Il petrolchimico: tra cracking, raffineria, produzione di etilene, altre produzioni ed altre centrali elettriche sono immesse grandi quantità di polveri sottili in un “cocktail” micidiale con altri inquinanti.
  • Le grandi navi del porto commerciale e passeggeri alimentate con oli ad elevato tasso di zolfo, che mantengono i motori accesi anche durante lo stazionamento del porto, sono direttamente responsabili di una grande quantità di polveri sottili. A queste è inoltre collegato il traffico pesante collegato alle merci trasportate.
  • Il traffico aereo, visti gli elevati volumi, 130 cicli di atterraggio/rullaggio/pre-decollo/decollo al giorno dell’aeroporto Marco Polo di Tessera, immette nell’aria significative quantità di polveri sottili ed altri inquinanti che vengono rilasciati e si depositano, vista la bassa quota, su aree territoriali sottostanti la verticale delle rotte di sorvolo (ricoprendo un vasto territorio comunale da Malcontenta a Dese e sul corrispondente lato insulare e lagunare).

In giornate senza vento ed in presenza di inversione termica, come quelle di questi giorni pre-natalizi, l’intero carico inquinante si carica nell’area fino a poche centinaia di metri di altezza, come in un catino, e le polveri massimizzano il loro carico inquinante a densità dannose per aree molto ampie.

4 – Interventi

Vista la gravissima situazione ambientale in cui la città è sottoposta e visto l’altissimo rischio di salute dei suoi abitanti, è urgente chiedere alle autorità preposte di prendere provvedimenti immediati, forti e di soluzione efficace. In sede comunale e regionale.

Le linee di intervento emergenziale che suggeriamo sono:

Un intervento contenitivo, ovvero una “soluzione tampone”, per ridurre la diffusione degli inquinanti rimuovendoli dalle strade attraverso la pulizia sistematica più volte al giorno, impedendo così che si diffondano ulteriormente.

Un intervento più incisivo che operi sulle fonti di emissioni stesse per ridurne i volumi immessi in aria. Chiedere quindi ai soggetti responsabili della maggior parte delle emissioni, di fermare momentaneamente l’operatività fino a quando l’emergenza non sarà cessata. Iniziando dai comparti dove le emissioni sono più concentrate e che emettono più inquinanti.

Si noti che in situazioni di emergenza come queste è più sicuro un intervento su alcuni grandi impianti che emettono inquinanti piuttosto che un intervento – peraltro difficilmente controllabile e/o di dubbia efficacia – che chiede riduzioni parziali da parte di tantissimi soggetti, come le ordinanze di riduzione del riscaldamento residenziale (da 20 a 19 gradi) o le ordinanze per le “domeniche ecologiche”.

Riferimenti

[1] Fonte: dati ARPAV, http://www.arpa.veneto.it/arpavinforma/bollettini/aria-2/dati-in-diretta

[2] http://www.eea.europa.eu/publications/air-quality-in-europe-2015

[3] http://www.eea.europa.eu/publications/air-quality-in-europe-2015

[4] E precisa: “Estimates of the health impacts attributable to exposure to air pollution indicate that PM2.5 concentrations in 2012 were responsible for about 432 000 premature deaths originating from long‑term exposure in Europe of which around 403 000 were in the EU‑28. In the same year, the estimated impact of exposure to NO2 (long-term exposure) and O3 (short-term exposure) concentrations on the population in the same 40 European countries was around 75 000 and 17 000 premature deaths, respectively, and around 72 000 and 16 000 premature deaths, respectively, in the EU‑28.”.

 

Lotta al cancro, la vera prevenzione è ridurre l’inquinamento

Si riporta di seguito l’interessante intervista all’oncologo Ruggero Ridolfi fatta da Nicoletta Benatelli (i grassetti sono nostri).
Da: VIS – Venezia in Salute, Febbraio/Dicembre2013, Numero 6, Pagg.36-41, a cura di Nicoletta Benatelli, editore Comune di Venezia

Sono numerosissimi gli studi di correlazione certa fra inquinanti ambientali e tumori. In particolare la IARC di Lione (Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro, organo indipendente che valuta la cancerogenicità delle sostanze chimiche e non solo) stima in circa 100 i cancerogeni certi per l’uomo (gruppo I), una settantina sono i cancerogeni probabili e 240 i cancerogeni possibili su poco più di 1000 composti esaminati. E’ ovviamente un computo ridottissimo rispetto
alle decine o centinaia di migliaia di nuove molecole e sostanze immesse nel mondo negli ultimi 50, 100 anni. Abbiamo intervistato il dottor Ruggero Ridolfi, oncologo e coordinatore per l’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) del Progetto “Ambiente e Tumori”.

Dottor Ridolfi, lei ha curato per l’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) la pubblicazione “Ambiente e Tumori” uscita nel 2011 ed è membro dell’Associazione
Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE): allo stato attuale quali sono le correlazioni certe tra inquinanti ambientali e tumori? Quali nessi causali sono stati accertati?
Ho coordinato il Progetto “Ambiente e Tumori” edito dall’Associazione Italiana di Oncologia Medica (AIOM) e sono socio della Società Internazionale Medici per
l’Ambiente (ISDE), sono Segretario della sezione di Forlì, di cui è Presidente la dottoressa Patrizia Gentilini. Venendo al tema molte sostanze definite “cancerogeni certi” sono note anche al grande pubblico: Amianto, Benzene (e derivati del petrolio), Diossine e Policlorobifenili
(PCB), ecc. Quello che è spesso difficile dimostrare, tramite valutazioni strettamente scientifiche, è la correlazione fra la reale presenza degli inquinanti nell’ambiente e l’insorgenza dei vari tipi di tumore nei singoli individui.

Quali sono i motivi di queste difficoltà?
Le motivazioni possono essere molto varie:
– le valutazioni epidemiologiche richiedono tempi lunghi e numeri di casi (ammalati o morti) in genere molto elevati per essere significativi (soprattutto se il fenomeno che dobbiamo registrare è sporadico, come nel caso delle morti per tumore in una vasta popolazione);
– la lunga latenza con cui spesso insorgono i tumori;
– la definizione e la delimitazione dell’area inquinata;
– la definizione di inquinamento rispetto a un’area di controllo (che potrebbe essere anch’essa inquinata…);
– la presenza di numerosi fattori confondenti (altri inquinanti, abitudini personali come il fumo, ecc.);
–il fatto che le valutazioni ed i controlli dell’inquinamento vengano richieste agli stessi “produttori”

Gli studi condotti portano sempre ad un risultato certo?
Nelle valutazioni con dati “border line” (ai limiti della significatività statistica) gli “esperti” possono scegliere differenti criteri o modalità matematiche con le quali i risultati possono finire per essere valutati come positivi/negativi o inconcludenti…
Può, inoltre, succedere che studi nati con le più belle intenzioni non diano risultati per errori verificatisi nella pianificazione, oppure perché i controlli e quindi i dati su cui lavorare non sono attendibili (nel momento in cui si è fatto il rilievo … l’inquinante non c’era o ce n’era meno..),
oppure è stato scelto un sito che funge da controllo che ha esso stesso una dose imprecisata di inquinamento ecc. Nonostante tutto ciò nessi causali sono stati dimostrati, per esempio, fra la Diossina e l’insorgenza di vari tipi di tumore (soprattutto linfomi e leucemia), fra Diossina più altri inquinanti ed alcuni tipi di tumore (soprattutto sarcomi in persone giovani), fra Amianto e Mesoteliomi, ecc.

Possiamo ritenere che l’inquinamento ambientale comporti in generale un rischio oncogeno per la popolazione? In quali termini e per quali motivi?
Nell’ambiente ci sono diversi cancerogeni naturali (elementi radioattivi come il Radon, alcune frazioni delle radiazioni solari, l’Arsenico che è un inquinante “naturale” dell’acqua), tuttavia dall’inizio della industrializzazione, negli ultimi 200 anni l’uomo ha immesso nell’ambiente una quantità enorme di molecole chimiche e di composti nuovi (di cui conosciamo la cancerogenicità certa o probabile da parte dalla IARC solo per poco più di un migliaio, cioè dell’1 % del totale delle emissioni). Va detto, inoltre, che da molto tempo ormai tutti i Paesi Occidentali hanno demandato le prove di cancerogenicità/innocuità a carico del produttore… .

Quali sono le sostanze più pericolose?
Una per tutte, le Diossine: sono sostanze che in natura esistono solo per le emissioni da vulcani o per incendi di foreste, quindi nel mondo erano praticamente “assenti” fino all’era industriale. Da quando si brucia di tutto nei forni, ed in particolare quando si bruciano sostanze contenenti atomi di Cloro  (componente essenziale per quasi ogni tipo di plastica), si formano Diossine: molecole altamente stabili, che degradano in tempi di qualche centinaio di anni, che finiscono inevitabilmente nella catena alimentare, perché passano da animali più piccoli ai più grandi fino all’uomo ed essendo liposolubili si concentrano nel grasso e nel latte. Nell’uomo il “tempo di dimezzamento” (il tempo che occorre per espellere la metà della quantità ingerita) è di
7-11 anni: se introduco oggi 2 picogrammi di diossina, ne avrò nel mio corpo ancora 1 picogrammo fra circa 10 anni, e lo stesso vale per quella ingerita ieri, domani ecc. Diossina è stata trovata nel grasso dei pinguini in Antartide, nelle foglie delle piante della foresta amazzonica e nel
grasso degli orsi polare al polo nord. E’ ormai una contaminazione globale. La diossina è un cancerogeno totale che favorisce l’insorgenza di qualsiasi tumore (probabilmente in concorso con altre cause più o meno note).

Quali sono le categorie di persone (mamme gravide, bambini, soggetti affetti già da altre patologie, ecc.) più esposte a questi rischi?
E’ difficile stabilire quali siano le categorie più a rischio: dipende dai casi specifici e dai tipi di inquinamento. Prima di tutto sono più a rischio probabilmente certi lavoratori, che possono essere direttamente a contatto con i cancerogeni.
Per il resto intuitivamente si possono considerare più a rischio i bambini e le donne (queste ultime perché hanno una componente adiposa costitutiva maggiore rispetto  ai maschi).
Mancano però, al solito, studi specifici per convalidare queste affermazioni e soprattutto per fissare criteri ragionevoli di limitazioni o di norme prudenziali. Tornando all’esempio della Diossina, è ragionevole pensare sulla base di differenti polimorfismi del suo recettore nelle nostre cellule (AhR), che vi siano individui più resistenti ed altri meno al suo effetto cancerogenoimmunosppressivo. Tutto questo, però dovrebbe essere studiato con specifiche
ricerche.
Il rischio espone particolari aree geografiche? Possiamo considerare più a rischio i paesi più industrializzati? Anche i paesi poveri sono esposti a rischi, se vengono trattati come discariche dell’occidente? Quali rischi comporta una industrializzazione sregolata e frenetica come sta avvenendo in alcuni paesi asiatici? Come già detto, la contaminazione ambientale è ormai globale. Ovviamente con punte di pericolosità molto diverse e differenziate, in generale in relazione ai siti
industriali più importanti, agli impianti nucleari, a soprattutto al degrado ambientale, che coinvolge anche i Paesi più poveri, dove si creano tipi diversi di inquinamento per ignoranza e/o per dispregio (o per vera e propria attività criminale). In Italia lo studio dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS) S.E.N.T.I.E.R.I (Studio Epidemiologico Nazionale Territori e Insediamenti Esposti a Rischi da Inquinamento, pubblicato su “Epidemiologia e Prevenzione” nel 2011) ha esaminato le statistiche di mortalità di 44 delle 57 aree da tempo identificate come “siti da bonificare” nel periodo 1995-2002.

Quali sono i risultati di questo studio?
I risultati sono: in 298 Comuni con 5,5 milioni di abitanti vi è un eccesso di mortalità rispetto alle medie regionali di 10.000 morti in più in otto anni rispetto al numero atteso, considerando tutte le cause di morte. Vi sono 3.508 decessi considerando solo le malattie più chiaramente riconducibili al fatto di vivere  vicino a impianti siderurgici e petrolchimici, raffinerie, inceneritori, discariche, porti, cave di amianto e miniere.
Lo stesso ISS ha poi fatto comunicare al Ministro della Salute un paio di mesi fa i dati relativi all’area di Taranto: Bambini sotto un anno di età e per tutte le cause: +35% di decessi. Morti nel periodo perinatale: +71%; Tumori del fegato +24% ; Linfomi +38%, Mesoteliomi +306% ; Tumori dei Polmoni +48%; Tumori di Stomaco +100%, Tumori della Mammella +24%; infine: incremento complessivo per tutti i tipi di tumore +30%. Questo avviene nel mondo Occidentale, più colto e più informato; quello che accade nel “terzo mondo”, in cui le regole e le limitazioni spesso non sono neppure enunciate, può solo essere immaginato. La mancanza di regole e di norme e la connivenza di chi dovrebbe controllare è spesso una grande opportunità per lasciare libertà di iniziativa alla criminalità.

Quali misure sono state prese dagli organismi sanitari internazionali per ridurre il rischio oncogeno da inquinamento ambientale? Quali misure sono state prese dai  paesi più industrializzati? Il problema della tutela della salute collettiva si sta ponendo anche nei paesi emergenti? 
Le conferenze internazionali che si succedono negli ultimi anni per la tutela dell’ambiente finiscono in genere in fase di stallo e senza conclusioni operative. Gli esperti lanciano allarmi ed ultimatum, in genere disattesi dai Governi o per inerzia e cattiva volontà o per veti incrociati. Anche quando sono stati raggiunti accordi minimali, come quello noto di Kyoto, le applicazioni sono spesso disattese da Paesi che pure hanno sottoscritto l’accordo. Un esempio: il 22 maggio 2001 fu stipulata la Convenzione di Stoccolma con l’obiettivo principale (Art.1) di “proteggere la salute umana e l’ambiente dai Contaminanti Organici Persistenti (POP’s)”.
Hanno firmato l’accordo 177 Paesi, ma a tutt’oggi l’hanno ratificato e fatto proprio solo 151. Fra i 26 Paesi assenti, spiccano gli Usa, l’Italia (unica in Europa), l’Arabia Saudita, ecc. Qualche mese fa è apparso su internet un appello lanciato da docenti e ricercatori italiani: “La terra non si governa con l’economia. Le leggi di natura prevalgono sulle leggi dell’uomo” consultabile su: www.nimbus.it/arealim/appelloscienzaeconomia/appelloscienzaeconomia.asp e che consiglio di leggere.

Nella sua esperienza quale è il valore della prevenzione secondaria? Quanto è importante la diagnosi precoce?
La Prevenzione Secondaria si identifica nella Diagnosi Precoce, definita come la capacità di individuare una malattia nella sua fase iniziale allo scopo di poterla eliminare o comunque curare definitivamente. La diagnosi precoce dei tumori del collo dell’utero eseguita con il pap-test ha sicuramente salvato migliaia di donne da una delle neoplasie che negli anni ’30 aveva uno dei più alti tassi di mortalità nel mondo. Ora la mortalità per questo tumore è quasi azzerata nei Paesi Occidentali, anche se resta invece ancora molto elevata nei Paesi del Terzo Mondo. Gli screening più attivi, al momento, riguardano il tumore della mammella,  quello del colon-retto, quello della prostata.
Nei primi due casi sicuramente la mortalità è sensibilmente diminuita grazie agli screening, ma anche grazie al continuo miglioramento delle cure, tuttavia è in corso una riflessione aperta sulla reale efficacia delle campagne di screening. Stanno emergendo dati secondo cui con gli screening sembra vengano individuati un numero più elevato di tumori in fase precocissima, ma, a fronte di questo importante elemento, il numero di diagnosi non precoci (cioè di casi in cui comunque una percentuale di pazienti non sarà “guarito”) resta costante nel tempo. Se questo dato fosse confermato, si potrebbe ipotizzare che vengano diagnosticate una quota di piccolissime
neoplasie destinate probabilmente a rimanere tali senza evolvere (e quindi senza necessità di eseguire terapie e soprattutto senza che il soggetto se ne renda mai conto). Ovviamente sono concetti estremamente delicati che andranno sviluppati nel tempo, anche al fine di valutare un migliore impiego delle risorse.

Quali sono le prospettive aperte da alcuni nuovi farmaci? E la prevenzione primaria quanto conta?
Aggiungo che i farmaci più innovativi che stanno uscendo in commercio, sono farmaci target che agiscono su molecole talora specifiche delle cellule tumorali e quindi sicuramente migliorano le prospettive terapeutiche, ma hanno anche prezzi da capogiro ed i vari sistemi sanitari nel mondo potrebbero rischiare la crisi (oppure il rischio di una deriva privatistico/assicurativa con accesso alle cure solo ai più abbienti). Queste considerazioni devono far riflettere sulla gestione delle risorse in materia di sanità: non potrebbe essere più efficace, anche da un punto di vista economico, privilegiare la Prevenzione Primaria?

La battaglia ancora da vincere è quindi quella della prevenzione primaria. Secondo lei è una sfida praticabile? Ed in quale modo?
Prevenzione Primaria significa “conoscere le cause di una malattia e possibilmente rimuoverle”. È evidente che, rispetto, alla Prevenzione Secondaria c’è un abisso! Qui si parla di evitare del tutto la malattia,con il suo carico di sofferenze, sacrifici e paure (e costi), anche qualora si raggiunga un esito favorevole di “guarigione”. Si tratta di evitare proprio la parola cancro. Al momento per molti tumori questo è impossibile, perché le cause, spesso più d’una e mescolate fra loro, non sono sempre del tutto note e soprattutto non sempre sono rimovibili. Si è detto che esistono cancerogeni in natura, inoltre ci possono essere concause ormonali (come nel Tumore della Mammella) o genetiche che non sono “rimovibili”. Attualmente si sta puntando molto anche su campagne per promuovere sani stili di vita…
L’appiattimento della lotta al cancro ridotta alla sola educazione degli stili di vita appare, a mio avviso, veramente riduttiva. Al di là della lotta al fumo (che dovrebbe essere anche intensificata, visto che le nuove generazioni non stanno diminuendo il vizio, anzi..!), spesso gli ammalati di cancro hanno condotto buoni stili di vita e quindi le cause sembrano dipendere anche da altri fattori. Da parte medica, inoltre, si è completamente persa l’abitudine che si aveva negli anni 70-80 di analizzare le anamnesi lavorative (o relative all’ambiente di vita) del paziente, di parlare nei congressi dell’eziopatogenesi (cause biologiche che possono aver causato quella malattia) e di capire quanto l’ambiente possa influire sulla malattia dei singoli. Sicuramente questa cultura si è persa negli ultimi 20 anni: la sensazione è che si preferisca invece diffondere e privilegiare a tutti i livelli la ricerca delle nuove cure e delle nuove tecnologie diagnostiche, mettendo in secondo piano la critica all’attuale sistema di sviluppo.

Quale deve essere il compito delle istituzioni sanitarie nel terzo millennio? E quello degli operatori della sanità? E l’opinione pubblica può giocare un ruolo per un cambiamento del paradigma di sviluppo?
Innanzitutto le Istituzioni sanitarie dovrebbero occuparsi prima della salute delle persone (e quindi della cura dell’ambiente). Come ho detto, in periodo di crisi economica e di costi elevati dei farmaci e delle nuove tecnologie, questo concetto può non essere facile. Tuttavia si deve prendere
atto che i fondi per la ricerca sono destinati pressoché esclusivamente per la terapia e la tecnologia; pochissimo resta per la Prevenzione Primaria ivi compresa la volontà di capire l’esatta entità biologica (epigenetica) del danno creato da questa o quella molecola.
Occorre che una moltitudine di persone consapevoli sposti l’attenzione su questi problemi. In Svezia, per esempio, agli inizi degli anni 2000 sono stati messi al bando gran parte dei pesticidi commerciali e già ora, pur in un breve lasso di tempo, si registra una diminuzione dell’incidenza di leucemie e linfomi, in contrasto con gli altri paesi europei. Nel nostro Paese, invece, alcuni di questi pesticidi sono stati riproposti in commercio, con la clausola di applicare un’etichetta indicante i potenziali pericoli…

Dottor Ridolfi quali sono le attività da lei svolte come oncologo?
All’Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori (divenuto IRCCS da maggio 2012) di Meldola (Provincia Forlì – Cesena), ricopro l’incarico di Direttore dell’Unità Operativa di “Immunoterapia e Terapia Cellulare Somatica”. Mi sono occupato di Oncologia dal 1976 e mi dedico da oltre 20 anni di Immunoterapia dei Tumori,dopo due periodi di “stage” presso l’NIH di Bethesda (Washington DC, Usa) ed il Cancer Center di Pittsburgh (Usa) all’inizio degli anni 90. Proprio in quegli anni si andava affermando l’evidenza scientifica che, in vitro e nell’animale da esperimento, si potesse indurre il riconoscimento e la uccisione delle cellule tumorali da parte del sistema immunitario umano, con rispetto dei tessuti sani. In questo ambito si svolge la mia attuale attività presso l’IRST di Meldola: la Unità Operativa che dirigo si occupa appunto di immunoterapia e di creazione di vaccini costituiti da cellule dell’organismo (cellule dendritiche) che vengono prese dal sangue del paziente, coltivate in vitro (in speciali laboratori chiamati “Cell Factory”), “caricate” con le proteine del tumore del paziente e somministrate come vaccino al paziente stesso (R. Ridolfi J Transl Med 2006; L. Ridolfi Melanoma Res. 2011; ndr). L’attività di vaccinazione sperimentale, che riguarda al momento pazienti affetti da melanoma e carcinoma renale, prosegue tuttora presso l’IRST di Meldola, anche se con un arruolamento lento per la complessità della metodica e per le norme regolatorie sempre più stringenti. Proprio perché uno dei target principali dell’Immunoterapia è il Melanoma, mi sono occupato di tale patologia, partecipando alla fondazione dell’Intergruppo Melanoma Italiano (IMI) avvenuta nel 1998 a Forlì. Ne sono stato Presidente eletto fino al 2004 ed attualmente ne sono Presidente Onorario.

Lei ha coordinato anche una pubblicazione scientifica sul tema ambiente e tumori…
Nel 2009 l’AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica) mi ha affidato il Coordinamento del Progetto “Ambiente e Tumori” che ha portato alla pubblicazione nel 2011 di un volume (edito dall’AIOM), a cui hanno collaborato numerosi esperti. Il mio ruolo, oltre che di coordinatore del Progetto, è stato anche quello di sottolineare un legame misconosciuto, ma dalle implicazioni assai importanti, che riguarda l’attivazione da parte della Diossina di un recettore cellulare (AhR) che aumenta l’immunosoppressione tumorale, che impedisce in vivo al sistema immunitario di reagire al tumore e che, quindi, agevola la cancerogenesi e la progressione tumorale (Ridolfi R et al “Cancer Immunoediting and Dioxin-Activating Aryl Hydrocarbon Receptor: a Missing Link in the Shift Towards Tumor Immunoescape?” Journal of Nucleic  Acids Investigation (JNAI) vol 1:e6; 2010 free text online; ndr).
Tengo a precisare, infine, che le idee espresse in questa intervista sono assolutamente libere rispetto alle responsabilità degli incarichi che ricopro attualmente. Si tratta di elaborazioni e riflessioni personali frutto dell’esperienza che deriva dallo studio e dall’attività professionale, con la consapevolezza che vi possano essere differenti posizioni e convinzioni fra gli altri colleghi e nei vari organismi nazionali e internazionali.